Nepal - Scheda del conflitto
 
 


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Parti in conflitto


1) Guerriglieri del Partito Comunista nepalese di orientamento maoista (CPN-M), sostenuti dai gruppi guerriglieri maoisti dell'India nord-orientale.
Il partito comunista del Nepal-Maoista si è formato nel 1996 e da allora fino alla fine del 2006 ha aperto uno scontro finalizzato a rovesciare la monarchia costituzionale e a installare un governo comunista in Nepal. Il CPN(M) è il risultato di una fusione tra due organizzazioni - il partito comunista più moderato (Mashal) e il partito comunista più radicale (Masal). Tali organizzazioni sono rispettivamente guidate da Pushpa Kamal Dahal (conosciuto anche come Prachanda) e Baburan Bhattarai.
Nell’ultimo rapporto dell’Uppsala Conflict Database (2008), riferito al 2007, risulta che la missione UNMIN abbia provveduto al concentramento di 31.318 ribelli, dei quali 18.923 membri del CNP-M. I quartieri generali del movimento si trovano principalmente in India (dove riceve il supporto di numerosi movimenti insorti) e nelle zone occidentali del Nepal, da dove lancia attacchi su tutti i 75 distretti del Paese. Nei momenti massimi di attività il CPN-M è arrivato a controllare circa il 70% del territorio nazionale. L'atroce povertà, il fallimento del sistema monarchico nel migliorare gli standard di vita della popolazione e la sopravvivenza del sistema delle caste sono tutti fattori che hanno contribuito ad un'adesione crescente e diffusa alla causa dei ribelli. A questi fattori si è aggiunta negli ultimi anni la disistima del popolo nei confronti della politica adottata dal governo nella lotta al gruppo ribelle. Nel 2006 il CPN-M ha vissuto un momento di grande vitalità, e ha deciso di proseguire la propria lotta per vie politiche, annunciando il cessate il fuoco unilaterale (accolto dal governo). La guerra è ufficialmente finita il 21 novembre 2006.
Il gruppo è stato eliminato dall’elenco USA delle organizzazioni terroristiche (TEL, 2009).

2) Governo Nepalese (supportato da India, Gran Bretagna e Stati Uniti):
All'inizio del 2002 il governo ha annunciato un incremento di oltre 40 milioni di dollari da destinare al settore della difesa. Circa 10.000 truppe sono state aggiunte alle forze armate e il maggior investimento finalizzato a combattere i ribelli è stato fatto nelle forze di polizia. Il governo ha chiesto il supporto di diversi Paesi internazionali (Cina, India, Gran Bretagna e Stati Uniti) relativamente ad assistenza militare e allo sviluppo. La richiesta per l'assistenza allo sviluppo è indice della consapevolezza del governo che la crescita economica nelle aree rurali è un fattore centrale per la risoluzione del conflitto. Tutti e quattro i Paesi hanno accettato in principio di aiutare il governo. La Gran Bretagna ha promesso 27 milioni di sterline (40 milioni di dollari) nell'aiuto allo sviluppo e ha accettato di fornire l'addestramento militare e la propria competenza tecnica insieme a due elicotteri. L'amministrazione Bush oltre all'assistenza militare per l'addestramento in operazioni di mantenimento della pace ha promesso pacchi di aiuti militari per un ammontare di diverse migliaia di dollari e un ammontare non specificato di aiuti allo sviluppo. I mezzi militari pesanti come i veicoli militari da combattimento e gli elicotteri sono stati assicurati dall'India con particolari concessioni. La Cina da parte sua ha inserito il CPN(M) nell’elenco dei gruppi terroristici e ha accettato di fornire aiuti economici al governo nepalese. E’ la prima volta che il governo nepalese riceve assistenza diretta da parte della comunità internazionale per combattere i ribelli.
Per combattere il CPN(M) il governo ha mobilitato l'esercito reale del Nepal. Prima del 2002 il conflitto in Nepal viene trattato come una questione di legge e di ordine, e pertanto affidato alle 28.000 unità operanti tra le forze di polizia. Queste però si rivelano ben presto impreparate alle manovre di contrattacco e non equipaggiate per combattere un'insurrezione, spingendo il governo a chiedere l’intervento dell’esercito.
Fino alla costituzione ad interim del 2006 le forze armate del Nepal erano formalmente guidate dal monarca; in seguito la costituzione ha rimosso il re da ogni legame con l’esercito. Il comando supremo dell’esercito è passato al primo ministro nepalese, che al contempo è ministro della difesa. Il Royal National Army, rinominato da allora Nepalese Army (Nepali Sena) conta ad oggi circa 69.000 unità, a cui si aggiungono 62.000 truppe paramilitari (15.000 delle forze di polizia armata e 47.000 di polizia regolare). Per il 2008 la spesa miltiare sostenuta dal Nepal è pari a 138 milioni di dollari (Project Ploughshares, 2008; BBC, News, 2008; Uppsala Conflict Database, 2009, SIPRI, 2009).

  1. Madhesi Janadhikar Forum (MJF)

Il Madhesi Janadhikar Forum rappresenta l’unione politica di circa quattordici gruppi, attivi nel sud del paese in difesa della popolazione Madhesi. Questo popolo, detto anche Terai, pur rappresentando da solo quasi il 50% dell’intera popolazione nepalese, non viene adeguatamente rappresentato dalla politica nazionale, ed è anzi spesso vittima di discriminazione. Al fine di proteggere i diritti dei Madhesi nasce, da un’idea di Upendra Yadav, nel 1997 il MJF, inizialmente come ONG di discussione a livello accademico. In seguito il gruppo inizia l’attività politica, battendosi anche in modo violento per l’ottenimento delle seguenti richieste: suddivisione federale dello stato, sistema elettorale proporzionale, autonomia per la regione Madhesi, sistema di governo autonomo regionale, incluso il diritto all’auto-determinazione, fine delle discriminazioni razziali, diritto alla cittadinanza nepalese. Uno dei gruppi costituenti il Forum, Mahdesi People Right’s Forum, ha ottenuto nelle elezioni del 2007 52 seggi, diventando il quarto partito più forte del Nepal e coalizzandosi con il CPN-M. Delle altre fazioni, ad oggi due risultano non aver aderito alla richiesta formale di deporre le armi effettuata dal governo nell’ottobre 2008. (Satp.org, 2008; Madhesi WordPress, 2008; Project Ploughshares, 2008; HIIK, 2009)

 

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Breve storia del conflitto


 
Il Nepal dal secondo dopoguerra al 1989 basa la sua organizzazione politica su una forma di governo apartitica, secondo la quale il monarca nomina primo ministro e governo, cercando al contempo il sostegno della maggioranza dell'assemblea parlamentare per continuare a perseguire i propri obiettivi politici. Tale linea politica mantiene in sostanza il potere accentrati nella sola figura del re. Un primo abbozzo di democrazia si ha nel 1959, quando la nuova costituzione introduce un governo di tipo parlamentare e permette lo svolgersi delle prime elezioni generali. Tuttavia nel '62 il re Mahendra, figlio del grande Tribhuvan, opta nuovamente per un governo apartitico e indiretto, basato sui panchayat (consigli locali). La seconda ondata democratica si verifica quando il Jana Andolan (Movimento popolare) riesce a conquistarsi il favore popolare, e riesce il 9 aprile del 1989 a far proclamare il riconoscimento dei partiti politici e del multipartitismo. Da allora sono state indette elezioni generali nel '91 e nel '94, la seconda delle quali ha visto vincere una coalizione guidata dal partito comunista-maoista nepalese (Fontana 2001).
La ribellione maoista esplode nel 1996, in seguito al risultato del terzo appuntamento elettorale, con il quale i maoisti ottengono solo nove dei 205 seggi del parlamento nepalese (Rainews 2003). L’instabile situazione politica viene ulteriormente complicata dalla debolezza economica del Paese, dalla disoccupazione dilagante, dall'analfabetismo e dal costante incremento delle frammentazioni etniche e culturali all’interno della popolazione. L'insurrezione attecchisce dapprima nel distretto occidentale di Rolpa, particolarmente segnato dal malcontento popolare (il reddito pro-capite annuale non supera gli attuali 100 euro), e da quell’area si espande contribuendo ovunque a paralizzare l'economia (Beniamino Natale, 2001).
Nel giugno 2001 il massacro di buona parte della famiglia reale (compreso il re Birendra e nove famigliari) segna l’esplodere della rivolta nella capitale Kathmandu. Alle violenze nelle strade il governo risponde imponendo il coprifuoco e autorizzando le forze di sicurezza ad utilizzare la violenza nella repressione della guerriglia e delle manifestazioni di dissenso civili (Francesca Lancini, 2004).
In seguito allo sterminio della famiglia reale, nello stesso Giugno 2001 sale al trono il principe Gyanendra, fratello del re Birendra, unico superstite della strage, la cui responsabilità è attribuita al fratello Dipendra, suicidatosi nell’occasione. Fin dalla sua nomina i problemi che si impongono al nuovo re si presentano numerosi e differenti: oltre alla drammatica situazione fiscale ed economica in cui versano le casse dello Stato, Gyanendra deve cercare di assicurarsi il consenso del popolo, liberandosi dai sospetti che pesano sulla sua figura riguardo ad un’implicazione nella strage della famiglia reale e, soprattutto, tentando di risolvere la questione maoista, che continua a mietere vittime e a tenere stretto il Nepal in una morsa del terrore. Infatti, accanto ai numerosi nepalesi che simpatizzano apertamente con i ribelli, e che adducono come causa di ciò l’incapacità del Governo di intraprendere un’efficace politica di sviluppo nazionale e le violenze perpetrate dall'esercito governativo, i ribelli tengono sotto controllo estese zone rurali del Paese, dove gli abitanti sono costretti con le minacce a sostenere i guerriglieri, che non di rado si abbandonano a estorsioni, incendi, furti, rapimenti ed intimidazioni ai danni della popolazione civile (Beniamino Natale, 2001).
Il 24 Luglio 2001 il Primo Ministro Nepalese dichiara una tregua, immediatamente controfirmata dai ribelli. La prima serie di incontri per incrementare il dialogo di pace avviene alla fine di Agosto, e si conclude con l’accordo bilaterale di prorogare la cessazione delle ostilità. Il 12 Settembre, all’avvio della seconda serie di incontri, i ribelli di Prachanda rinnovano al re le richieste per una nuova Costituzione e l’abolizione della monarchia: il rifiuto di Gyanendra provoca una brusca interruzione degli incontri, che riprendono il 13 Novembre per concludersi definitivamente il 22 dello stesso mese, quando i maoisti dichiarano la ripresa delle ostilità attribuendo la colpa all’atteggiamento di totale chiusura del Governo. Nel frattempo, ad inizio Settembre emerge una coalizione provvisoria comprendente diversi partiti politici di sinistra, che si fa portatrice di una richiesta di multipartitismo prontamente compromessa da alcune riforme economiche proposte dal Governo.
Alla fine delle negoziazioni corrisponde una serie di attacchi coordinati, organizzata dal fronte ribelle contro le forze governative ed estesa a tutto il territorio nazionale. In risposta all’offensiva del CPN(M) il governo attacca i ribelli nel distretto di Alcham nel Febbraio 2002.
L'attacco del Febbraio 2002 mostra un cambiamento nella politica con la quale Gyanendra intende affrontare la questione maoista: per la prima volta, infatti, Katmandu chiede ai governi internazionali (Cina, India, Gran Bretagna e Stati Uniti) sostegno economico e militare nella lotta ai rivoluzionari del CPN-M.
Nel corso del 2002 il governo dichiara lo stato nazionale di emergenza, prorogato due volte ed infine revocato alla fine di Agosto. Durante lo stato di emergenza vengono concessi alle forze militari e di polizia maggiori margini di manovra nei confronti dei ribelli, il che spesso si traduce in un notevole abuso della violenza da parte delle forze di sicurezza, oltre ad autorizzare la sospensione delle libertà di manifestazione, di stampa, di riunione. Lo stato di emergenza ostacola inoltre i media locali e internazionali nel raggiungimento dei fronti e nella loro attività di descrizione del conflitto (Sipri 2003).
Sebbene il conflitto prosegua già da sei anni, è solo nel 2002 che la comunità internazionale prende atto della gravità della situazione. Gli scontri a fuoco tra le truppe governative e i ribelli maoisti, ad Aprile e a Maggio 2002, provocano il più alto numero di vittime tra le fila guerrigliere dallo scoppio della guerra. Delle oltre 12.000 morti riportate in questo conflitto (dati 2006) quasi 4.000 si riferiscono al 2002; di queste, circa 2.000 si sono registrate tra i civili. Un reportage pubblicato da Amnesty International indica che, oltre all’elevato numero di vittime direttamente provocate dagli scontri, le parti in conflitto si sono rese colpevoli di continue violazioni dei diritti umani, agendo secondo due distinti modus operandi: arresti arbitrari, detenzioni extragiudiziali e pestaggi sono appannaggio delle forze di sicurezza, mentre i maoisti prediligono i rapimenti di massa (a scopo di indottrinamento alla causa maoista) e le estorsioni. Nel tentativo di fermare l’azione dei ribelli, nell'Ottobre 2002 il re sospende governo e parlamento e intensifica ulteriormente l'offensiva militare contro i guerriglieri (Peacereporter 2004 n). La decisione del re Gyanendra di sciogliere il parlamento, di posticipare le elezioni stabilite per il Novembre 2002 e di nominare un Primo Ministro aperto sostenitore della monarchia provoca una reazione decisamente violenta da parte maoista, che si manifesta negli scontri ingaggiati tra Ottobre e Novembre.
Gli attacchi dei ribelli in Febbraio e in Aprile 2002 mostrano un cambiamento di strategia anche in seno al CPN(M). Ognuno dei 15 scontri avvenuti durante l'anno ha causato almeno 100 morti. Tatticamente il CPN(M) sembra operare in maniera simile agli eserciti della guerriglia colombiana (le FARC): il CPN(M) mira infatti ad attaccare il governo colpendo le infrastrutture civili e gli edifici delle istituzioni; tale tattica però coinvolge inevitabilmente nel conflitto anche la popolazione civile. Nel tentativo di intimidire il popolo nepalese, inoltre, il CPN(M) ha stabilito scadenze obbligate per registrarsi come sostenitori al movimento.
Il 29 Gennaio 2003 viene annunciato a sorpresa un cessate il fuoco bilaterale, e l’avvio delle negoziazioni fra governo e CPN-M. I dialoghi preliminari iniziano nel Febbraio, e si protraggono fino a Marzo, quando i negoziatori annunciano di aver firmato un accordo in 22 punti, riguardanti la cessazione delle ostilità, la libertà di stampa, il rilascio graduale dei prigionieri politici nelle carceri governative (che ammontano 4000 unità), la fine delle estorsioni e delle intimidazioni. Altre tre serie di incontri vengono organizzate rispettivamente a partire dal 27 Aprile, dal 9 Maggio e dal 17 Agosto 2003. In quest’ultima occasione, il rifiuto del governo di acconsentire a costituire con i ribelli un’amministrazione ad interim rappresenta il capro espiatorio con il quale il CPN-M pone fine al dialogo di pace e annuncia la propria intenzione di riprendere le ostilità. Alcuni analisti sostengono che già dietro la proclamazione del cessate il fuoco nel Gennaio si celasse la volontà del movimento guerrigliero di prendere tempo per riorganizzarsi, in vista di un potenziamento dell’offensiva.
I mesi successivi alla rottura della tregua vedono un progressivo intensificarsi degli scontri e, di conseguenza, delle vittime del conflitto. Visto il fallimento delle trattative, continuano le repressioni governative dei ribelli e di coloro che sono sospettati di appoggiarli e gli attacchi dei maoisti contro i politici. Chi sta con i maoisti, secondo il giudizio spesso arbitrario del governo, rischia la prigione e le torture dell'esercito, della polizia e dei gruppi paramilitari. Il CPN(M) recluta i combattenti tra gli abitanti poveri e analfabeti delle zone rurali e li addestra in campi di lavoro e detenzione. Chi non cede ai ricatti e alle “ragioni armate” del CNP, può cadere nella spirale di vendetta e punizione dei combattenti ribelli (Peacereporter, 2004 n). Ogni giorno i giornali riportano le notizie di decine di morti (Claudio Maneri in Peacereporter 2004). Dalla rottura della tregua del 27 agosto si contano in media 15 vittime al giorno (fonte The Economist Intelligence Unit da Warnews, 2004 n ).
Nelle zone rurali del paese manca l'acqua potabile, mentre istruzione e cure mediche sono a pagamento e quindi inaccessibili. Inevitabilmente molti contadini (l'agricoltura è l'unica fonte di sostentamento per i nepalesi), poveri e analfabeti, si ritrovano ad appoggiare la “guerra del popolo” dei maoisti e finiscono detenuti nei luoghi di addestramento per futuri guerriglieri (Francesca Lancini, 2004) .
Nel 2004 la situazione, bellica, politica ed economica, registra un progressivo deterioramento. Le ostilità, che erano state interrotte per il breve periodo del cessate il fuoco e riprese nell’estate 2003, sono fin dall’inizio dell’anno all’ordine del giorno: a metà Gennaio un raid dell’aviazione nazionale provoca almeno 12 vittime (sia guerriglieri che civili) fra i partecipanti ad un’adunata maoista; il 31 Gennaio i ribelli attaccano il villaggio di Palpa, distruggendo case, scuole e monumenti ed uccidendo 11 poliziotti; 28 risultano i ribelli uccisi negli scontri all’inizio di Febbraio, mentre gli stessi maoisti celebrano l’ottavo anniversario dall’inizio della “guerra del popolo” con il maxisequestro di 700 civili ed un attacco dinamitardo che provoca sei morti e tredici feriti. Le quotidiane manifestazioni di protesta contro il regime monarchico di re Gyanendra vengono represse nel sangue dalla polizia, così come si moltiplicano le azioni organizzate dal governo (sancite dalla “Civil Military National Campaign”) per recuperare ai maoisti parte di quell’80% di Paese che risulta sotto il loro controllo. Fra le operazioni governative, inizia a diffondersi la notizia dell’arruolamento di una sorta di milizia paramilitare (i cosiddetti Rural Volunteer Security Groups), composta da volontari non addestrati da porre a presidio della sicurezza nelle zone rurali. Tale iniziativa, che rischia di far tracollare la già terribile situazione umanitaria, viene appoggiata dall’Amministrazione USA, principale sostenitrice delle scelte di Katmandu fin dallo scoppio della guerra. A fine Febbraio un attacco delle truppe governative rade al suolo un campo maoista, provocando 65 morti fra i ribelli. Lo scenario complessivo è aggravato dalle stime della Banca Mondiale, che annunciano l’avvicinarsi dell’economia nazionale alla bancarotta.
E' del 2 Marzo 2004 la notizia che “in autunno si terranno le elezioni per il rinnovo del parlamento, sciolto insieme con l'esecutivo dal re Gyanendra nel 2002. Lo ha annunciato il premier Surya Bahadur Thapa, dopo aver commentato i risultati usciti dalla urne delle assemblee universitarie. L'80% delle preferenze è stato accordato all'unione degli studenti comunisti, anti-monarchici e anti-maoisti. Il Nepal andrà alle urne per ricomporre le fratture politiche tra lealisti monarchici e i 5 principali partiti d'opposizione (Nepali Congress, CPN-UML, People´s Front Nepal, Nepal Workers e il Paesant Party)” (WarNews, 2004).
Lo stesso 2 Marzo i guerriglieri del CPN sferrano l’attacco più violento dalla fine del cessate il fuoco: nel conseguente combattimento, avvenuto a Bhojpur (Nepal orientale), perdono la vita 11 soldati, 18 poliziotti e 10 ribelli. Il Paese è coinvolto per tutto il mese in una serie durissima di scontri ed attentati, cui si aggiungono le “campagne di rieducazione maoista” e le notizie sull’aumento della coltivazione di cannabis e oppiacei da parte dei rivoluzionari. Il 20 Marzo tre gruppi maoisti assaltano la città di Beni (300 Km ad ovest di Katmandu): l’esercito reagisce all’attacco con un raid aereo che si traduce nella più cruenta strage dall’inizio della guerra (500 i morti tra le fila ribelli, secondo le stime governative). Dopo una serie di arresti in territorio indiano di esponenti della guerriglia nepalese, fra cui uno dei comandanti - Mohan Vaidja -, i maoisti estendono la propria attività guerrigliera rivolgendola contro cittadini indiani in Nepal e contro realtà economicamente legate a Nuova Delhi.
Ad Aprile sono in primo piano le manifestazioni antimonarchiche di piazza, che si svolgono a cadenza quotidiana per tutto il mese, e che regolarmente vengono represse con la forza dalla polizia (le stime parlano di circa 30 feriti al giorno, e migliaia di arresti) in quanto dichiarate illegali dal Governo. Per quanto non si ottenga alcun risultato sul piano concreto (come conferma lo slittamento della data prevista per le elezioni ad Aprile 2005), le manifestazioni si rivelano importanti da un punto di vista politico, poiché riescono a riunire sotto la stessa bandiera partiti di opposizione, movimenti studenteschi, correnti repubblicane e falangi maoiste, aumentando l’isolamento del re Gyanendra rispetto alle rivendicazioni democratiche. A confermare la fragilità politica che interessa il Paese intervengono due fattori: il 7 Maggio arriva la notizia delle dimissioni di Surya Bahadur Thapa, primo ministro voluto da Gyanendra nel 2002 e “timoniere di guerra” contro il maoismo (WarNews, 2004); negli stessi giorni la comunità internazionale dei Paesi donatori blocca lo stanziamento dei 300 milioni di dollari previsti per sostenere l’economia nepalese, fino a quando Gyanendra non ristabilisca una democrazia multipartitica. Al blocco non partecipano gli USA, che stanziano 40 milioni di dollari al Governo di Katmandu.
Gli scontri fra guerriglieri maoisti e esercito regolare tornano ad essere intensi a Maggio: nelle prime due settimane 22 ribelli vengono uccisi durante i numerosi combattimenti ingaggiati nelle province di Nawalparasi e Dhading, mentre 14 (fra cui sette soldati ed un poliziotto) risultano i morti in un attacco dinamitardo contro un autobus, organizzato dai guerriglieri nella capitale, che inoltre bombardano – senza conseguenze – un hotel della famiglia reale. Il 15 Maggio viene ucciso dalla polizia uno dei leader della guerriglia, Raj Bikram Bhurtel.
Il 2 Giugno Gyanendra assegna la carica di primo ministro a Sher Bahadur Deuba, che aveva ricoperto il medesimo ruolo fino al 2002 ed era stato allontanato dallo stesso re per incompetenza; al momento della nomina Deuba identifica nella questione maoista e nell’indizione delle elezioni le proprie priorità: ai segnali di apertura verso una mediazione internazionale del conflitto, lanciati dai guerriglieri nei giorni successivi, però, il Governo rimane fermo sulle sue tradizionali posizioni di intransigenza, confermando il proprio approccio militarista ai disordini provocati dai ribelli. In tutta risposta a metà Giugno i ribelli, con un attentato dinamitardo a Khairikhola, uccidono 21 poliziotti, e fino alla fine del mese imperversano soprattutto sui civili delle zone rurali, sia attraverso la consueta politica di rapimenti a scopo di indottrinamento che torturando ed uccidendo chiunque non accetti di sottostare ai loro ordini.  
La crescente violenza degli scontri, cui si accompagna l’incapacità del governo e dell’esercito di garantire la sicurezza nelle zone controllate dai maoisti, si manifesta anche nell’estate: il 3 Luglio studenti dell’All Nepal National Indipendent Students Union, Revolutionary (ANNISU- R) uccidono il sindaco di Pokhara, Gurung; il 6 Luglio un’imboscata ad un furgone della polizia a Rupendahi provoca 13 morti (12 poliziotti ed un civile); 15 risultano i ribelli uccisi in due distinti combattimenti nell’area occidentale del Paese intorno al 10 Luglio; il 15 Agosto i guerriglieri uccidono un insegnante, ed i giorno successivo un giornalista di Radio Nepal, accusato di spionaggio; il 18 Agosto il gruppo maoista dei Tamang pone sotto assedio Katmandu, vietando il passaggio attraverso posti di blocco organizzati sulle principali vie di accesso alla città. A fine mese, durante la giornata internazionale per le persone scomparse (30 Agosto), Amnesty International pubblica un report1 in cui attesta le vittime della politica delle “sparizioni” per il 2004 a 378, in gran parte provocate dall’esercito nepalese. Da parte loro i ribelli proseguono nelle campagne di indottrinamento di studenti e insegnanti, mentre il neo governo Deuba indirizza le proprie energie nella formazione di una coalizione politica con la quale predisporre le elezioni e la lotta alla guerriglia maoista. Ad inizio Settembre Katmandu è coinvolta in una serie di disordini successivi all’uccisione di dodici ostaggi nepalesi in Iraq: numerosi uffici di collocamento e la moschea della capitale vengono dati alle fiamme dai dimostranti, mentre la polizia cerca di arginare gli episodi imponendo il coprifuoco. Per tutto il mese si continua a parlare del rapimento di diverse migliaia di persone da parte del CPN-M: fra queste figurano studenti, insegnanti ed esponenti di spicco del Partito Comunista del Nepal – Marxisti Leninisti Uniti (CPN-UML), e del Fronte Popolare Nepalese (UPF), colpevoli di aver acconsentito al dialogo politico voluto da Deuba; contemporaneamente risulta all’ordine del giorno la pratica delle sparizioni e degli arresti arbitrari compiuti dall’esercito nepalese, come denunciato nel rapporto di Human Rights Watch2.
Il 20 Ottobre, in occasione della festa induista del Dasain, i maoisti dichiarano una tregua unilaterale di nove giorni, da loro stessi interrotta in diverse occasioni con l’attacco a polizia e civili (almeno 5 i morti per mano guerrigliera dal 20 al 29 Ottobre); il giorno stesso della fine della tregua riprendono i combattimenti ufficiali (durante i quali le fila maoiste perdono 12 attivisti), che si protraggono fino alla fine dell’anno. A Dicembre il Governo di coalizione, nel tentativo di creare un clima politico che permetta di organizzare le elezioni parlamentari previste per l’Aprile 2005, lancia un ultimatum ai guerriglieri maoisti, intimando loro di sedere al tavolo delle trattative entro il 13 Gennaio. Prachanda, leader del CPN-M, risponde chiedendo un dialogo esclusivo con il re Gyanandra, e ribadisce le rivendicazioni dei guerriglieri circa la creazione di un’Assemblea Costituente per ridefinire la Costituzione nepalese (passo fondamentale per i ribelli che auspicano l’instaurazione di un governo comunista). Il prevedibile rifiuto da parte del Governo scatena un’ondata di violenza che si abbatte in tutto il Paese per l’intero mese di Dicembre, provocando oltre 150 morti (fra polizia, ribelli e civili) ed un nuovo assedio della capitale. (Fonti: WarNews, 2006; Peacereporter, 2005; Human Rights Watch, 2006, Amnesty International, 2006; Nepal News, 2006; BBC News, 2006; Uppsala Conflict Database, 2006; Reuters AlertNet, 2006; International Crisis Group, 2006).
Gli scontri che oppongono i guerriglieri maoisti all’esercito regolare rimangono intensi all’inizio del 2005: i primi giorni di Gennaio, mentre si avvicina l’ultimatum imposto dal Governo ai ribelli per l’avvio delle trattative di pace (13 Gennaio), uno scontro ingaggiato a Kilali provoca 30 morti e 150 feriti, tutti tra le fila del CPN-M. La data limite del 13 Gennaio viene completamente ignorata dai ribelli, che il 19 Gennaio durante un combattimento nella zona di Ilam uccidono 23 soldati e perdono 6 uomini. Prachanda si dichiara fermo sulle richieste del gruppo – dialogo diretto con il re, mediazione internazionale e creazione di un’Assemblea Costituente – e minaccia un bagno di sangue se il governo di coalizione deciderà di mantenere fede al promesso appuntamento elettorale previsto per Aprile. Sulla possibilità di organizzare le elezioni iniziano a manifestarsi dissensi anche all’interno dello stesso Governo: da una parte il Partito Democratico Nazionale ed il partito dei Marxisti Leninisti Uniti vedono nella mancanza dei negoziati di pace un elemento fortemente ostativo alla fattibilità delle elezioni; dall’altra il re e lo stesso Deuba si mostrano decisi a tenere le elezioni a prescindere dalla questione maoista. La fragilità della situazione  generale viene complicata dal graduale ma costante blocco dei finanziamenti e dei programmi di sviluppo da parte della comunità internazionale, a causa delle pressioni e delle intimidazioni subite ad opera dei guerriglieri che, di fatto, continuano a controllare gran parte delle zone rurali nepalesi. Il clima politico tracolla completamente all’inizio di Febbraio: con una manovra improvvisa il re Gyanendra dichiara lo stato di emergenza, pone agli arresti domiciliari il premier Deuba e tutti i membri del governo di coalizione (1 Febbraio), assumendo pieni poteri ed eleggendo un nuovo gabinetto di suoi fedeli. Le conseguenze della mossa di Gyanendra sono immediate: molte libertà democratiche (di stampa, di espressione, di associazione, il diritto alla privacy ed il diritto contro la detenzione preventiva) vengono soppresse, numerosi governi (USA, Gran Bretagna, India) ed agenzie umanitarie, oltre alle Nazioni Unite, denunciano l’antidemocraticità dell’iniziativa. Stati Uniti, India, Francia e Gran Bretagna fanno rimpatriare i propri ambasciatori dal Nepal. Sul fronte della guerriglia, la linea dura contro i maoisti proclamata dal re si traduce in “una gigantesca operazione che vede coinvolti migliaia di soldati allo scopo di stanare i ribelli e distruggere le loro basi” (WarNews, 2005). Decine sono i guerriglieri catturati ed uccisi già nei primi giorni delle operazioni.
Vengono nel frattempo diffusi report di denuncia della crisi umanitaria provocata specialmente nelle aree rurali dall’attività dei gruppi ribelli; si calcola che dall’Aprile 2004 al Febbraio 2005 la guerriglia abbia costretto circa 400.000 nepalesi ad abbandonare i propri villaggi per cercare rifugio in India o nella capitale, oltre a mettere in crisi l’intero settore dell’educazione e dell’assistenza sanitaria.
Gli scontri proseguono inarrestabili durante tutto il mese di Marzo: fra l’1 ed il 2 si registra la battaglia più dura, che causa circa 70 morti fra ribelli e forze di polizia. La situazione in questa fase dell’anno appare particolarmente delicata: sul fronte governativo aumenta il fenomeno delle sparizioni, favorito dal clima di impunità di cui il nuovo regime assolutistico si rende garante; sul fronte insurrezionalista i ribelli proseguono con le consuete pratiche di rapimenti e assedi della capitale ed ai centri più importanti. Fra Febbraio e Marzo inoltre una serie di rivolte popolari contro il gruppo maoista provoca quasi 50 vittime  nel distretto di Kapilvastu (Nepal Occidentale).
In Aprile i maoisti organizzano uno sciopero generale, della durata di 11 giorni, che paralizza ogni attività economica, il settore dei trasporti ed i rifornimenti di cibo, acqua e farmaci in numerose zone del Paese; nel frattempo si verifica la più aspra battaglia dalla presa di potere di Gyanendra, battaglia dove 148 guerriglieri perdono la vita. Le Nazioni Unite, su pressante sollecitazione di numerose organizzazioni per i diritti umani, firmano con il governo nepalese un accordo 3 sulla creazione di un ufficio permanente per monitorare la situazione dei diritti umani nel Paese, che negli ultimi mesi risulta ulteriormente deteriorata. Il re Gyanendra, apparentemente favorevole all’iniziativa, d’altra parte rafforza la linea dura contro i ribelli prorogando di sei mesi un’ordinanza varata nel 2001, detta “Terrorist and Disruptive Activities (Control and Punishment) Ordinance” con la quale assegna alla polizia poteri speciali di arresto e detenzione. La soppressione delle libertà democratiche si estende all’identità sessuale, come dimostra il ferimento di 18 persone durante un’operazione delle forze dell’ordine intervenute il 13 Aprile ad un festival di transessuali.
Alla fine di Aprile, in seguito ad un meeting fra Gyanendra ed il primo ministro indiano Singh, il re nepalese acconsente a porre fine allo stato di emergenza, in cambio della ripresa degli aiuti militari da parte dell’India: la revoca dello stato di emergenza viene accolta con cautela dalle organizzazioni umanitarie ,4 preoccupate del fatto che all’iniziativa non corrisponda il ripristino delle libertà democratiche soppresse. Nei giorni successivi la preoccupazione delle organizzazioni si rivela giustificata: non solo le libertà continuano ad essere negate, ma viene emanata un’ordinanza specifica contro ogni manifestazione di dissenso al regime monarchico. La reazione dell’opposizione politica è significativa del clima politico suscitato dall’atteggiamento del re: nei primi giorni di Maggio per la prima volta sette partiti, coalizzati contro Gyanendra per rivendicare il diritto alla democrazia, accettano l’appoggio di Prachanda e del suo gruppo.
Nel frattempo la situazione umanitaria nelle vaste aree del Nepal rurale continua a peggiorare: il 15 Maggio, a seguito di un attacco dei ribelli ad un’operatrice locale, la piattaforma internazionale costituita dalle agenzie di Germania, Olanda e Gran Bretagna e dall’United Nation's World Food Programme (WFP) decide di sospendere uno dei programmi più efficaci nel garantire la sopravvivenza degli abitanti di queste aree, il Rural Community Infrastructure Works (RCIW), provocando aspre reazioni da parte delle Ong locali e del Governo.
Il 20 Maggio le maggiori agenzie internazionali per i diritti dell’Infanzia (UNICEF, Asian Center for Human Rights e Office of the High Commission for Human Rights (OHCHR) correggono il report annuale pubblicato dal governativo Centre for Child Welfare Board (CCWB), diffondendo le stime reali sulle conseguenze di 9 anni di conflitto sulle fasce minorili: dal febbraio 1996 al febbraio 2005 sono stati uccisi 306 bambini (168 per mano delle forze di sicurezza e 138 per mano ribelle), centinaia di migliaia sono i minori rapiti nelle scuole dai maoisti a scopo di indottrinamento e sempre più spesso i bambini sono resi oggetto di detenzione arbitraria, tortura, sparizioni e molestie ad opera delle forze di sicurezza (non di rado per crimini imputati ai loro genitori).
Nel Giugno si verifica uno degli episodi più drammatici del conflitto: in seguito ad un “errore di valutazione” (come dichiarato da Prachanda), i ribelli fanno esplodere un autobus carico di civili, uccidendone 38 (quasi tutti donne e bambini) e ferendone 70; il fatto avviene a soli tre giorni dall’ultimo scontro diretto fra ribelli e polizia, che era costato la vita a 12 militari e 8 guerriglieri. Dopo l’incidente il gruppo insurrezionalista riceve dallo stesso Prachanda l’ordine di sospendere ogni attacco contro persone disarmate, e fino alla fine di Giugno, sebbene continuino in tutto il Paese a verificarsi scontri fra ribelli e polizia, non ci sono notizie di attacchi ai danni dei civili. Cominciano invece a circolare con maggiore frequenza voci sui dissidi interni al CPN-M per la gestione della leadership, che oppongono Prachanda al suo vice Bhattarai, e rischiano, unitamente alla perdita di popolarità causata dagli attacchi ai civili, di indebolire la struttura e l’efficacia del gruppo.
La linea dura, assunta fin dalla presa di potere di Febbraio da Gyanendra rispetto alla questione maoista, viene confermata nel budget nazionale pubblicato a Luglio, nel quale la spesa pubblica per lo sviluppo economico e sociale del Paese (che già di per sé dipende in larga parte dai donatori internazionali) viene drasticamente ridotta per aumentare gli stanziamenti per la sicurezza. La preoccupazione che ciò suscita negli economisti – nepalesi e non - viene acuita dalla dichiarazione di Svizzera, Danimarca e Norvegia di sospendere o ridurre gli aiuti al Nepal fino al ripristino della democrazia. Su questo punto però non ci sono segnali di apertura da parte di Gyanendra, che nonostante la revoca dello stato d’emergenza continua a porre alla popolazione il divieto di esercitare i propri diritti fondamentali.
Ad Agosto viene ingaggiata la battaglia più dura registrata nel 2005: 1.400 ribelli attaccano una base militare di presidio ad un cantiere stradale nei pressi della città di Kalikot, ed il numero di morti fra i militari, anche se non confermato dagli organi governativi, risulta di poco inferiore alle 150 unità.
Ancora nell’Agosto, Amnesty International diffonde un report 5 sulle violenze perpetrate dalle milizie paramilitari dei Rural Volunteer Security Groups, poste dal Gyanendra a presidio dei villaggi rurali, dal quale emerge in che misura queste si siano rese responsabili di un drastico aumento delle violazioni dei diritti umani fin dalla data della loro creazione, fra il Novembre 2003 e l’inizio del 2004.
La fragilità della situazione politica nepalese viene confermata fra Agosto e Settembre, quando il Nepali Congress Party (maggior partito di opposizione) dichiara di stare valutando l’idea di privare del proprio supporto il sistema monarchico di Gyanendra: la notizia fa subire un duro colpo al consenso pubblico alla casa reale, già da Febbraio in costante calo, andando d’altra parte a rinvigorire le fila dei sostenitori della causa maoista. I ribelli approfittano del clima generale per dichiarare, il 1 Settembre, un cessate il fuoco unilaterale della durata di tre mesi, durante i quali il gruppo si dichiara intenzionato a non sferrare alcun attacco, con la clausola di considerare qualsiasi azione da parte militare come un rifiuto alla proposta, con la conseguente ripresa delle ostilità. La comunità internazionale accoglie positivamente la dichiarazione, e pone un gruppo costituito da 25 organizzazioni umanitarie a monitoraggio del cessate il fuoco. Nello stesso senso si muovono i sette partiti nepalesi di opposizione, che per la prima volta dall’inizio della guerra si dichiarano disposti ad intraprendere con i ribelli un dialogo politico. A partire dal 2 Settembre Katmandu è attraversata da una serie quotidiana di manifestazioni di protesta contro il regime monarchico; la reazione della casa reale, che ordina alla polizia di fermare con la forza i dimostranti, mostra l’irremovibilità di Gyanendra di fronte alla politica conciliatoria maoista: secondo le stime del COCAP (Collective Campaign for Peace) si calcola che in sei giorni di manifestazioni siano state arrestate 900 persone, e siano stati utilizzati contro i dimostranti quantità indiscriminate di gas lacrimogeno e sostanze chimiche proibite.
Nonostante le smentite di Prachanda, già qualche giorno dopo il 1 Settembre si registrano frequenti violazioni del cessate il fuoco da parte maoista (soprattutto rapimenti e intimidazioni), segno che l’attività del gruppo, per quanto si mantenga a bassa intensità, non si è del tutto arrestata. Nello stesso modo, continuano a verificarsi arresti e detenzioni arbitrarie, nonché episodi di tortura, per mano dei gruppi di sicurezza, pubblicamente criticati dalle Nazioni Unite.
Il clima generale sembra però in graduale miglioramento, come dimostrano il ripristino dei programmi di aiuti umanitari - sospesi a Maggio - per le popolazioni rurali ed i consistenti progressi riscontrati a livello economico e nei settori dello sviluppo e dell’educazione.
In Ottobre Gyanendra annuncia per Aprile 2007 l’indizione delle elezioni parlamentari: da questo momento viene organizzata una serie di incontri fra il ribelli maoisti ed i partiti dell’opposizione, che sfocia in un’alleanza, ufficialmente formalizzata il 22 Novembre, sulla base di un programma politico comune articolato in 12 punti; di questi, i più significativi sono l’abolizione della monarchia autocratica e l’elezione di un governo rappresentativo fondato su principi democratici. I ribelli, inoltre, autorizzano la supervisione delle Nazioni Unite sul loro braccio armato.
L’avvicinarsi della scadenza del cessate il fuoco, prevista per il 1 Dicembre, fa aumentare a fine Novembre le pressioni della comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dei gruppi per i diritti umani locali su Gyanendra affinché decida di porre la firma governativa sulla tregua (rendendola in tal modo bilaterale): malgrado il rifiuto del re, Prachanda ed i suoi ribelli decidono di estendere il cessate il fuoco unilaterale per un ulteriore mese.
I casi di violenza e gli scontri si riducono sensibilmente nel periodo in cui vige la tregua, per quanto non manchino isolati episodi, spesso perpetrati dalle forze di sicurezza nazionali, a conferma della precarietà della situazione: a Nagarkot, durante un festival religioso (metà Dicembre), un soldato dell’esercito nepalese fuori servizio, dopo un diverbio con alcuni criminali locali, spara sulla folla e uccide 15 civili; il 17 Dicembre, mentre si svolge una manifestazione per la celebrazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la polizia arresta almeno cinquanta manifestanti, dopo aver disperso gli altri con la forza.
I ribelli proseguono invece alla fine dell’anno sulla linea conciliatoria inaugurata a Settembre: pochi giorni prima di Natale Prachanda annuncia l’adesione del CPN-M ai programmi di sviluppo indetti da ONU e agenzie internazionali nell’ambito delle Basic Operating Guidelines (BOGs).

I segnali positivi registrati alla fine del 2005 subiscono una dura battuta d’arresto ad inizio 2006, quando i guerriglieri maoisti annunciano che alla scadenza del cessate il fuoco, 1 Gennaio, non seguirà alcuna proroga, a causa delle violenze commesse dalle forze di polizia durante la tregua. La decisione viene confermata qualche ora dopo dallo scoppio di una bomba mirata a distruggere alcuni palazzi del Governo a Pokhara che, pur non provocando vittime, segna la ripresa ufficiale del conflitto. Nella settimana successiva infatti gli attacchi dei guerriglieri si intensificano in tutto il Nepal: tre poliziotti vengono uccisi durante un attacco nel sud ovest del Paese, quattro ufficiali dell’esercito vengono feriti in due attentati organizzati dai ribelli in altrettanti uffici postali, 5 civili vengono coinvolti dall’esplosione di una bomba. Il 10 Gennaio in uno scontro fra ribelli e polizia a Syangja muoiono dieci ribelli; due giorni dopo, lo scoppio contemporaneo di 5 bombe piazzate dai ribelli intorno a Katmandu provoca la morte di 12 poliziotti; Gyanendra risponde all’aumento della violenza imponendo il coprifuoco sulla capitale ed arrestando centinaia di manifestanti durante un raduno di protesta antimonarchica (20 Gennaio); ancora il 20 Gennaio, a Makawampur, una battaglia fra guerriglieri ed esercito lascia sul campo 17 ribelli e 6 militari; il 26 Gennaio viene indetto uno sciopero nazionale contro Gyanendra e contro le elezioni municipali previste per l’8 Febbraio: durante le manifestazioni la polizia arresta 200 persone, fra le quali numerosi esponenti dell’opposizione politica; il 1 Febbraio, in occasione dell’anniversario della presa di potere di Gyanendra, i maoisti organizzano un raid notturno durante il quale muoiono 19 persone (fra poliziotti e ribelli). L’8 Febbraio si svolgono, fra attacchi, intimidazioni e istigazione al boicottaggio da parte dell’opposizione politica e dei gruppi maoisti, le elezioni municipali, le prime dopo 7 anni. (Fonti: WarNews, 2006; Peacereporter, 2005; Human Rights Watch, 2006, Amnesty International, 2006; Nepal News, 2006; BBC News, 2006; Uppsala Conflict Database, 2006; Reuters AlertNet, 2006; International Crisis Group, 2006)

Invece che rappresentare un passo avanti sulla strada della democrazia, questo voto rischia di legittimare il governo dispotico imposto da Gyanendra con il colpo di Stato del febbraio 2005. Le urne vengono aperte in un clima che rasenta quello della guerra civile: seggi controllati dai militari, città semideserte, paura e timore tra la popolazione e i candidati. Già nelle precedenti settimane violenze e minacce dei guerriglieri maoisti avevano costretto oltre 600 candidati a ritirarsi dalla competizione, e nei giorni immediatamente precedenti la consultazione centinaia di ribelli hanno preso d’assalto alcuni uffici governativi. Anche i principali partiti di opposizione hanno deciso di boicottare quelle che sono state definite “elezioni farsa”, anche conseguentemente alla firma del novembre scorso di un accordo con i maoisti in funzione antimonarchica. Per parte sua, il monarca non si è curato del diffuso astensionismo, come anche delle critiche degli osservatori internazionali, e ha puntato diritto alle consultazioni presentandole come una sorta di prova generale delle politiche da tenere nel 2007. Alle consultazione partecipano tuttavia non più del 20% degli elettori, fatto che induce il parlamento a non ratificarne i risultati.
Il 26 febbraio esce un nuovo rapporto dell’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU in cui si afferma che la fine (gennaio) del cessate il fuoco unilaterale proclamato dai ribelli maoisti nel settembre precedente si è tradotta in una recrudescenza degli scontri soprattutto nelle aree più popolate, con le due parti in lotta che usavano scuole e ospedali senza curarsi dei rischi per i civili e l’aviazione nepalese che nei suoi bombardamenti non faceva distinzione tra obiettivi militari e civili. Inoltre, secondo il rapporto, la crisi umanitaria era ulteriormente aggravata dal forte impoverimento della popolazione e da diffuse ineguaglianze e discriminazioni sociali.
Tra gennaio e aprile 2006 i combattimenti sono ripresi con asprezza, con dozzine di ribelli uccisi dalle forze di sicurezza alla fine di gennaio. I maoisti hanno preso di mira alcuni centri nel Nepal orientale, bombardando edifici governativi, assaltando un carcere per liberandone i detenuti e attaccando gli uffici delle amministrazioni locali. Il 16 marzo il CPN-M ha esteso la portata della propria sfida imponendo blocchi alle vie di comunicazione in entrata a Katmandu e negli altri centri maggiori, così da impedirne l’ingresso di beni, e minacciando uno sciopero generale nazionale. L’iniziativa dei ribelli nasce dal fatto che essi, pur controllando di fatto il 70% delle aree rurali, non hanno pressoché alcun potere nelle maggiori città. Per contro, il sovrano fa sapere di avere riserve alimentari sufficienti per resistere al blocco. In realtà gli effetti non sono mancati soprattutto fra le fasce più deboli della popolazione, che hanno visto velocemente aumentare i prezzi di tutti i beni di prima necessità.
Il 20 marzo i maoisti decidono di sollevare il blocco sulle città. La decisione arriva subito dopo l’intesa raggiunta tra i ribelli comunisti e gli altri maggiori partiti dell’opposizione in base a cui verranno organizzate manifestazioni congiunte di protesta contro il re Gyanendra, che culmineranno il 6 aprile in uno sciopero generale nazionale destinato a proseguire ad oltranza. Le due parti concordano sulla necessità di formare un governo ad interim che prepari l’elezione di un’assemblea costituente.
Nei due giorni che precedono l’inizio dello sciopero prendono il via le prime manifestazioni per le strade di Katmandu, a cui il governo risponde con decine di arresti. Nelle giornate seguenti arrivano ad essere più di mille gli arresti arbitrari in tutto il Nepal, che si sommano alla violenza con cui la polizia attacca i dimostranti. La partecipazione allo sciopero è molto vasta in tutto il paese, non solo in segno di protesta contro il dispotismo del sovrano ma anche per le gravi condizioni in cui versa l’economia nepalese, e le stesse dimostrazioni proseguono a dispetto dei divieti e della violenza della polizia.
Il 15 aprile Gyanendra chiede ai sette maggiori partiti dell’opposizione di partecipare a colloqui che portino a una democrazia multipartitica: “il dialogo deve essere la base per la risoluzione di tutti i problemi” afferma il monarca nel suo discorso al paese. Secondo gli esponenti dell’opposizione, l’unica soluzione al conflitto rimane tuttavia l’abdicazione del sovrano. Il calcolo finale dei risultati delle dimostrazioni dei giorni precedenti raggiunge i 2000 arresti e i 700 feriti.
Così il 21 aprile, dopo quindici giorni di proteste e scontri tra le forze di sicurezza e il popolo in rivolta, Gyanendra ha deciso di cedere il potere esecutivo ai partiti politici, chiedendo loro di indicare un nuovo Primo ministro. L’apertura non convince tuttavia parte dell’opposizione e le manifestazioni proseguono ancora per una settimana. Le proteste si placano e lo sciopero viene interrotto solo allorché Gyanendra accetta di rinunciare al proprio ruolo diretto e di ripristinare il parlamento guidato dal gruppo dei sette partiti dell’opposizione. Il successivo 27 aprile il leader dei ribelli Prachanda annuncia un nuovo cessate il fuoco unilaterale della durata di tre mesi, subito accettato dal nuovo governo insediatosi il 3 maggio.
Mentre il parlamento lavora per limitare con nuovi provvedimenti il ruolo del monarca come comandante in capo delle forze armate, iniziano già dalla fine di maggio i primi colloqui tra il governo e i maoisti per giungere a una soluzione del conflitto. Il 2 giugno si tiene un raduno a Katmandu che vede la partecipazione di 200 mila sostenitori dei maoisti. I leader comunisti proclamano di volere la pace, ma di essere eventualmente pronti a tornare alla guerra. In particolare, i maoisti impegnati da maggio nei colloqui, chiedono la radicale trasformazione dell’esercito nepalese e l’integrazione delle forze ribelli nel nuovo esercito nazionale. Il 16 giugno, dopo un incontro tra Prachanda e il nuovo primo ministro GirjaPrasad Koirala, è stato raggiunto tra le parti un accordo in otto punti, i cui nodi fondamentali sono: lo scioglimento dell’attuale Parlamento e la formazione entro un mese di un Governo e di una costituzione ad interim in grado di preparare le elezioni per un’Assemblea Costituente, che dovrebbe dare al Nepal una definitiva Carta entro un anno; il rispetto, da parte di entrambe gli schieramenti, dei fondamentali diritti civili e politici, tra cui un sistema di governo democratico e multi-partitico; il coinvolgimento delle Nazioni Unite nella gestione e nel monitoraggio del processo di pace.
Nonostante la tregua si ripetono comunque piccole ma continue violazioni del cessate il fuoco, sia da parte delle forze governative che da quelle maoiste. Il governo di Koirala chiede all’inizio di luglio l’aiuto delle Nazioni Unite per monitorare le armi in mano ai ribelli maoisti e all’esercito per l’intera durata dell’Assemblea Costituente, come previsto dall’accordo. Il 6 agosto maoisti e governo raggiungono, dopo alcuni contrasti, un accordo sul ruolo dell’Onu in Nepal: monitorare il rispetto dei diritti umani, vigilare sulla permanenza dell’esercito nelle caserme, monitorare il cessate il fuoco e le elezioni per l’assemblea costituente..
I problemi tra le due parti ritornano però frequentemente in questi mesi. I ribelli maoisti accusano il governo di portare avanti un riarmo clandestino e il 14 settembre bloccano le strade di Kathmandued i principali collegamenti del Paese, bruciando copertoni e pneumatici in segno di protesta contro la colonna di 20 veicoli che dalla città di Birgunj, al confine con l’India, si è spostata verso la capitale, trasportando, secondo le loro accuse, armi e munizioni. Oltre a ciò sorgono contrasti sull’opportunità di accettare aiuti umanitari dagli Stati Uniti, invisi ai maoisti e determinati a condizionare gli aiuti al mancato ingresso nell’esecutivo di esponenti dei ribelli. In risposta Koirola annuncia che i maoisti parteciperanno al processo politico nazionale «solo in caso di disarmo totale e di rinuncia all’ideologia della violenza».

Il successivo 21 novembre ribelli e governo firmano l’accordo di pace che pone fine al conflitto iniziato nel 1996 e costato la vita a 13 mila persone (dati Peacereporter). Sette giorni dopo le due parti siglano anche un’intesa che prevede la dislocazione di migliaia di ex combattenti maoisti in sette campi di raccolta sotto il controllo dell’ONU, fino alle elezioni del 2007. A questi si affiancheranno altri 21 campi-satellite, sparsi nel Paese. Le parti dovranno immediatamente adottare tutte le misure necessarie per cooperare ai fini del controllo del traffico illegale di armi e delle infiltrazioni di gruppi armati.

La missione ONU per il monitoraggio della neonata pace in Nepal viene inaugurata il 7 gennaio 2007 e prende il nome di UNMIN (United Nation MIssion to Nepal), ma nei primi mesi del 2007 si verificano regolari violazioni locali del cessate il fuoco, da parte soprattutto dei maoisti. Il 3 marzo il premier Koirala si incontra con Prachanda per chiedere che i maoisti riconsegnino le proprietà confiscate durante il conflitto, smettano di portare armi in pubblico e rinuncino ad amministrare direttamente la giustizia nelle zone sotto il loro controllo. Secondo quanto concordato in novembre, la piena collaborazione dei maoisti è la condizione per un loro ingresso nell’esecutivo provvisorio, in vista dell’elezione dell’assemblea costituente.
All’inizio di marzo il governo istituisce una commissione ad hoc per nazionalizzare i beni di Gyanendra e approva una legge che stabilisce il divieto per l’ex monarca di parlare in pubblico senza autorizzazione. 
Il 21 marzo scoppiano scontri nella regione meridionale di Terai, a maggioranza etnica Madhesi, che già durante la dittatura di Gyanendra era entrata in conflitto sia con la polizia che con i maoisti con le proprie richieste di autonomia. Il fronte Madhesi rappresenta da questo momento in poi il pericolo maggiore alla stabilità del paese. Nei primi tre mesi del 2007, in 40 perdono la vita e molti altri sono i feriti. In 27 muoiono durante un singolo scontro occorso il 21 marzo. Tali incidenti sgorgano da uno dei tanti focolai di tensione che ancora minano il paese; l’UNMIN lamenta la mancanza di sicurezza in molte zone del Nepal.
Il 1 aprile gli ex guerriglieri maoisti del Nepal entrano a far parte del governo di coalizione. Nel nuovo esecutivo il Partito del Congresso Nepalese di Koirala, i maoisti e l’Unione Marxisti-Leninisti prendono cinque ministeri ognuno. Al Congresso vanno, oltre la carica di primo ministro, ricoperta da Koirala, unico politico del vecchio governo ad essere entrato nell’esecutivo, Difesa, Interni, Finanze e il nuovo dicastero della Pace e della Riabilitazione. I maoisti controllano invece i Ministeri di Informazione e comunicazione, Sviluppo locale, Lavoro e pianificazione, Conservazione del suolo e delle foreste, Affari sociali.
Un’economia disastrata, la presenza dell’ingombrante vicino indiano, poco propenso a lasciare che i nepalesi gestiscano da soli il proprio Paese, e un processo di disarmo degli ex ribelli ancora incompiuto: sono solo alcuni dei problemi più urgenti con cui il nuovo governo è chiamato a confrontarsi. Il principale nodo che rimane da sciogliere è quello delle elezioni per l’Assemblea Costituente, che dovrebbe dare al Paese una nuova carta fondamentale. Le elezioni, inizialmente previste per giugno, sono state rimandate al prossimo 22 novembre 2007. A destare preoccupazione è l’atteggiamento dei diversi partiti nei confronti del futuro assetto istituzionale del Paese: in Nepal la monarchia dura da 240 anni.
Nonostante il processo di pacificazione nazionale abbia preso il via già da mesi, si susseguono ancora numerose le notizie di civili che nelle zone di campagna hanno perso ogni proprietà, sottratta loro dai maoisti. Ciò anche se i leader dei ribelli hanno più volte chiesto la restituzione dei beni sottratti. In vaste aree del Nepal le violenze e le intimidazioni verso la popolazione civile proseguono ancora, seppure con intensità inferiore.
In giugno il governo e il nuovo fronte, rappresentato dal Madhesi Janadhikar Forum (MJF) e responsabile degli scontri di marzo in cui avevano perso la vita almeno 40 persone, si incontrano per avviare colloqui di pace ufficiali: il meeting termina con l’approvazione, da parte di Kathmandu, di metà delle richieste avanzate dai separatisti Madhesi. Qualche giorno dopo il MJF chiede l’allontanamento dei maoisti dal governo come precondizione per continuare le trattative: secondo il gruppo, i ribelli maoisti non starebbero provvedendo a deporre le armi nelle apposite zone predisposte dalle NU, come previsto dall’accordo di pace. Il MJF chiede inoltre la messa la bando del movimento giovanile maoista, la Lega dei Giovani Comunisti (YCL).
Il 14 settembre delle esplosioni a Katmandu mostrano nuovamente la fragilità del processo di transizione; dell’attacco, che causa 3 morti e oltre 20 feriti, è accusato il Madhesi Janadhikar Forum. L’assemblea costituente dovrà scrivere la nuova costituzione e decidere il futuro dell’istituto monarchico, nonché dell’ex sovrano, ma le crescenti divisioni e le accuse reciproche tra i maoisti e gli altri partiti lasciano trasparire molti interrogativi sul futuro, con lo stesso Koirala che accusa apertamente i maoisti delle violenze verificatesi in questo periodo nel paese. Per contro, i maoisti rispondono alle accuse incolpando l’esercito e gli ambienti vicini alla monarchia. I Maoisti chiedono con forza l’immediata proclamazione della repubblica e la possibilità per i propri combattenti di lasciare i campi sorvegliati dall’ONU. I leader maoisti non si sentono ancora pronti per le elezioni e gli altri partiti temono la fine del cessate il fuoco firmato nel novembre 2006.
Il 19 settembre i maoisti lasciano il governo di cui facevano parte da aprile in segno di protesta per la mancata proclamazione della repubblica e annunciano l’inizio di una serie di manifestazioni pubbliche. L’impossibilità di ricondurre il gruppo di Prachanda all’interno del governo porta ad una crisi politica in seguito alla quale i lavori dell’Assemblea Costituente vengono nuovamente procrastinati: l’impasse verte ancora sull’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica, voluta dai maoisti come conditio sine qua non per l’indizione delle elezioni. La situazione non sembra cambiare a ottobre e a novembre, quando anzi Prachanda minaccia il ritorno alla lotta armata se le sue richieste sulla repubblica non troveranno concreto riscontro. Il 10 dicembre il Ministro di Scienza e Tecnologia insieme a tre deputati Madhesi si dimette dal governo, accusandolo di lasciare inascoltate le richieste della popolazione Madhesi. Finalmente, gli ultimi giorni dell’anno, arriva lo sblocco politico: il 28 dicembre il parlamento nepalese si pronuncia – con 270 voti favorevoli su 371 – per l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica in seguito alle prossime elezioni, da tenersi in aprile 2008. Il Nepal diventerà, secondo la decisione, una repubblica democratica federale. La mossa permette il rientro del gruppo maoista nella formazione governativa, il 30 dicembre. , 
 (Fonte: Human Rights Watch 2007; Warnews 2007; Irin News 2007; Armed Conflicts Report 2007; BBC News 2007)

1 Per il report di AI v. www.web.amnesty.org/library/Index/ENGASA311602004open&of?=ENG-NPL

2 Per il rapporto di HRW v. http://hrw.org/reports/2004/nepal1004/

4 In questo senso vedi l’articolo di denuncia di Human Rights Watch http://hrw.org/english/docs/2005/05/03/nepal10574.htm

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Cause del conflitto

 

Le cause del conflitto sono molteplici. Sistemi e ideologie, potere a livello nazionale, miseria. Lo scontro tra il partito maoista e il governo è conseguenza delle rispettive opposte ideologie. Al modello comunista a cui aspirano i ribelli di Prachanda si oppone l'attuale sistema feudale nepalese che danneggia in maniera sensibile la popolazione delle zone rurali. La miseria in cui versa gran parte del popolo è una delle cause che più alimentano la scontentezza e quindi gli scontri tra le fazioni opposte. D'altra parte lo scontro tra i due gruppi è mosso dall'obiettivo di esercitare un potere più rilevante all'interno dei confini nazionali.

Il nuovo fronte bellico, aperto nel 2007 e che vede opporsi al governo e ai ribelli maoisti il Madhesi Janadhikar Forum (MJF), è invece uno scontro a matrice secessionista: il gruppo ribelle, che riunisce le istanze di numerosi partiti, si batte per il riconoscimento dei diritti del popolo Madhesi, stanziato nel sud del Paese e rappresentato da quasi il 50% della popolazione nepalese. Prima fra tutte l’autonomia per la regione Terai, e il diritto all’autodeterminazione sono le richieste avanzate dal gruppo al governo di Kathmandu.

 

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Forniture di armamenti

 

Negli ultimi anni i fornitori principali dell’esercito nepalese risultano la Bielorussia (finanziamento britannico per elicotteri), la Cina (1 miliardo di dollari di accordi), l’India (soprattutto elicotteri, accordi per 14 milioni di dollari), il Kazakistan (7 milioni di dollari in accordi per l’acquisto di elicotteri), la Polonia (accordi totali di 6,5 milioni di dollari, di cui 4 sponsorizzati dal Regno Unito come parte della lotta al terrorismo), la Russia (4 milioni di dollari in accordi per elicotteri), il Regno Unito e l’Ucraina.
Inoltre, gli Stati Uniti fin dal 2002 hanno inaugurato un pacchetto di assistenza militare a Kathmandu del valore totale di 21.95 milioni di dollari. Per il 2008 gli USA hanno fornito tramite il Porgramma di Training ed Educazione Militare Internazionale (IMET), training professionale e tecnico per 752mila dollari; altri 200.000 dollari sono stati finanziati per il training fornito dal Counter Terrorism Fellowship; a queste cifre si aggiungono i 500 mila dollari del pacchetto Global Peace Initiative, per aumentare l team di peacekeeper internazionali. Molti membri dell’esercito nepalese sono formati nelle scuole militari americane e partecipano alle attività dell’Università per la Difesa Nazionale, del Marshall Center e dell’Asia Pacific Center for Strategic Studies (APCSS). (SIPRI, Arms Transfer Database, 2009; US; Dept. of State, 2009)

I guerriglieri maoisti fabbricano le proprie armi e le sottraggono alle caserme attaccate. Alcuni ribelli sarebbero stati addestrati da altri movimenti armati che si definiscono maoisti, come i naxaliti in India e i seguaci di Sendero Luminoso in Perù, oltre che dai separatisti kashmiri. Ulteriori proventi derivano ai ribelli da sostenitori nepalesi all’estero, da estorsioni, rapine e un sistema di “tassazione coatta” (MIPT, 2007; Project Ploughshares, 2007; Peacereporter, 2009).

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Vittime

 

Il Project Ploughshares attesta le vittime per il 2007 a 130, cifra che, pur rapresentando un netto miglioramento rispetto alle oltre 400 morti del 2006, rimane preoccupante, poiché non lascia presagire miglioramenti sul nuovo fronte, aperto nel 2007 dal Forum per la popolazione Madhesi del sud del Nepal, che si scontra sia con le truppe regolari che con i ribelli maoisti. Per il 2008 la situazione rimane stabile (HIIK, 2009).
Dal suo inizio, la guerra fra esercito nepalese e fronte rivoluazionario maoista (CNP-M) ha provocato circa 9.911 vittime dirette (Peacereporter, 2009; Uppsala, 2009). 13.000, di cui quasi un terzo civili, sono le vittime secondo il rapporto child-soldiers.org.

Le principali agenzie umanitarie denunciano come quotidiane le violazioni dei diritti umani (tortura, esecuzione sommaria, rapimenti e detenzione arbitraria) siano perpetrate da entrambi i fronti.
In aggiunta a ciò, risulta che nel corso del conflitto entrambi i fronti abbiano fatto ampio uso di bambini soldato (oltre 4.000 casi). Nell’ultimo rapporto di child-soldiers risulta che il fronte maoista durante la guerra abbia impiegato un totale di oltre 29.000 bambini soldato, rapiti dalla scuola regolare a scopo di “educazione militare” insieme ai loro insegnanti.  

6 Per il report 2007 di Human Rights Watch v. http://hrw.org/reports/2007/nepal0207/

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Situazione attuale

 

Sul fronte dell’implementazione del processo di pace tra maoisti e Kathmandu il 2008 si apre in maniera positiva, con l’indizione delle elezioni per l’Assemblea Costituente al 10 aprile. Tuttavia, la successiva campagna elettorale viene immediatamente insanguinata dallo scoppio di due bombe, il 14 e il 30 gennaio. Anche se nessuno rivendica l’attentato, le accuse si concentrano sul MJF, che, il 18 gennaio, con un altro attentato ad un autobus provoca la morte di 7 persone. Numerose sono le vittime di gennaio nel Terai, dovute alle continue manifestazioni di violenza perpetrate dal Madhesi Janadhikar Forum.
Alla fine di febbraio le tensioni fra Kathmandu e il gruppo autonomista arrivano ad un passo importante, con la firma di un accordo che prevede l’implementazione di 8 punti:
-identificazione della popolazione Madhesi morta in combattimento come “martire”, con le conseguenti compensazioni economiche ai familiari
-creazione, in seguito alle elezioni dell’Assemblea Costituente (aprile 2008), di una repubblica federale, e relativa autonomia per l’area Madhesi
-aumento al 30% della rappresentatività Madhesi all’Assemblea Costituente
-assicurazione del rispetto di tutte le minoranze etniche presenti all’interno del paese
-inclusione dei Madhesi nell’esercito nazionale
-immediata cessazione delle attività violente del gruppo
-immediato rilascio dei prigionieri politici appartenenti al forum Madhesi
-cessazione delle proteste del MJF.
Se il fronte governo - MJF risulta relativamente tranquillo fino all’appuntamento elettorale, i maoisti continuano a destabilizzare la situazione nel paese, nonostante il processo di pace possa ormai considerarsi stabile: durante tutta la campagna elettorale si diffondono numerose proteste per le presunte minacce e intimidazioni da parte degli ex ribelli. In alcune occasioni le minacce si traducono in violenza, e provocano feriti e morti sia fra le fila del partito maoista che fra i lavoratori degli altri schieramenti. Alla fine del mese, in seguito anche alle proteste di UNMIN e OHCHR, arrivano in loco 810 osservatori per le elezioni ormai imminenti.
Il 10 aprile, in un clima tutto sommato tranquillo e macchiato solo da sporadici episodi di violenza, si tengono le elezioni: la partecipazione si aggira intorno al 60%, e la vittoria arride agli ex ribelli maoisti, che conquistano un terzo dei 335 seggi attribuiti dal sistema proporzionale e la metà di quelli (240) provenienti dall’elezione diretta (the Guardian, 2008; BBC, News, 2008)
Il 28 maggio è una data storica per il Nepal: la neo eletta Assemblea Costituzionale (la 14° nel mondo per rappresentatività femminile) si pronuncia, con 560 voti su 564, per l’abolizione della Monarchia, che durava da 240 anni, e la trasformazione del paese in una repubblica democratica federale. L’Assemblea stabilisce inoltre di riunirsi in seconda sede per l’elezione di un nuovo capo di stato, che sarà al contempo comandante dell’esercito e garante del rispetto della Costituzione ad interim, prima del completamento del nuovo documento costituzionale. Sia il primo ministro Koirala che il leader degli ex ribelli maoisti Prachanda definiscono “epocale” l’ingresso del paese nella fase repubblicana. Il re Gyanendra viene ufficialmente costretto ad abbandonare il palazzo reale, il Narayanhity, che diventerà un museo.
La formazione del nuovo governo si presenta fin da subito problematica, in quanto la candidatura di Koirala a capo di stato – sostenuta dal proprio gruppo politico (il Partito del Congresso Nepalese) - non viene accettata da Prachanda. La crisi si risolve a fine giugno, con le dimissioni di Koirala, e la possibilità per gli ex ribelli maoisti di guidare il nuovo governo di coalizione.

L’inaspettata vittoria schiacciante del CPN-m alle elezioni di aprile potrebbe portare, secondo gli analisti, all’instabilità degli equilibri internazionali, soprattutto per quanto riguarda le relazioni fra Nepal da una parte e USA, India e Cina dall’altra. Washington continua per molto tempo ad annoverare i maoisti nell’elenco delle organizzazioni terroristiche (anche se come annunciato, provvede alla sua esclusione dalla TEL del marzo 2009) e a temerne la violenza, pur avendo promesso collaborazione a aiuti a qualsiasi governo democraticamente eletto. Più complicati i rapporti con il gigante indiano: Prachanda vorrebbe rinegoziare gli accordi del 1950, che stabilivano la posizione predominante dell’India negli affari di Katmandu. Da parte sua Delhi non nasconde il disappunto per vittoria maoista e la conseguente sconfitta del partito da lei appoggiato, il Partito del Congresso di Koirala, ma si limita ad assicurare collaborazione a chi si impegnerà a mantenere la stabilità (e quindi la supremazia di Delhi) nell’area indiana. I vantaggi maggiori dei possibili contrasti tra Katmandu e l’India potrebbero essere tratti dalla Cina. Negli ultimi tempi infatti il governo ad interim è sembrato orientarsi in senso filo-cinese, come ha dimostrato nella repressione delle manifestazioni tibetane tenutesi nel territorio nepalese. Da parte sua Pechino sembra preoccuparsi dell’eventuale creazione in Nepal delle autonomie regionali, fatto che potrebbe funzionare da scomodo precedente nelle relazioni fra il governo e le rivendicazioni dei tibetani.  
“La vittoria dei maoisti nepalesi, che oltre al marxismo agrario di Mao Zedong si ispirano al movimento guerrigliero peruviano di Sendero Luminoso, rappresenta un caso quasi in controtendenza con il corso attuale della storia, caratterizzato da un netto arretramento delle esperienze politiche legate all’ideologia marxista” (Loccidentale, 2008).  

L’assetto politico della neonata repubblica del Nepal comincia a delinearsi nell’estate 2008, dopo settimane di stallo politico: il 21 luglio, dopo una prima votazione annullata per il mancato raggiungimento del quorum (posto a 298 voti), termina la sfida per la conquista della presidenza della repubblica fra il candidato appoggiato dai maoisti, Ramraja Prasad Singh, vincitori delle elezioni, e il candidato appoggiato dal congresso, Ram Baran Yadav; con 308 voti l’Assemblea Costituente assegna la carica all’anti-maoista Yadav. I maoisti reagiscono all’elezione affermando il proprio rifiuto alla formazione del governo, ma la dichiarazione viene ritrattata la settimana dopo, quando il gruppo di Prachanda accetta l’incarico offerto dal neopresidente Yadav di formare l’esecutivo governativo, procedendo alla nomina del consiglio dei ministri e del primo Ministro, dopo aver posto alcune condizioni, come la garanzia che per due anni non ci sarebbero stati tentativi di rovesciare il governo e l’avvio di un programma di riforme terriere.
In agosto, in virtù del patto firmato tra Katmandu e Delhi che riconosce l’integrità territoriale della Cina contro le rivendicazioni tibetane, la polizia nepalese inizia una serie di arresti per bloccare una protesta organizzata dagli esuli tibetani all’ambasciata cinese della capitale del Nepal, in coincidenza con l’inizio dei giochi olimpici. In pochi giorni 1.400 esuli vengono fermati, e Cina e il nuovo governo del Nepal firmano una serie di iniziative congiunte per bandire le manifestazioni e provvedere al rimpatrio coatto degli agitatori.
Ancora in agosto, il 15, Pushpa Kamal Dahal (Prachanda), leader del CPN-M, viene eletto - con l’80% dei consensi - Primo Ministro; in pochi giorni è nominato il restante esecutivo del governo nepalese, che si configura nel modo seguente:
-ministro delle finanze: Baburam Bhattarai, del CPN-M
-difesa: Ram Bahadur Thapa (Badal), CPN-M
-giustizia: Dev Prasad Gurung, CPN-M
Fra i ministeri più importanti affidati all’opposizione ci sono gli affari esteri, con il ministro Upendra Yadav (MPRF), agricultura, con Jaya Prakash Gupta (MPRF), educazione, assegnato a Renu Kumari Yadav (MPRF), e affari interni, con Bam Dev Gautam (UML).
Appena installato, il governo maoista si mette subito in moto, da una parte per frenare le manifestazioni tibetane e ristabilire l’ordine, dall’altra per promuovere una campagna moralizzatrice contro la mercificazione del corpo femminile, promossa dalle quota rosa del parlamento. A pochi giorni dalla sua elezione, Prachanda effettua la prima eloquente visita all’estero, presenziando ai giochi olimpici di Pechino. Ancora, a due settimane dalla visita cinese, il 14-18 settembre Prachanda parte alla volta di Delhi, confermando la politica di equilbri del piccolo stato schiacciato dal colosso indo-cinese. Anche in politica interna, il primo ministro e il ministro della difesa Badal assicurano che le relazioni del governo con l’esercito, la cui leadership è tradizionalmente opposta agli ideali maoisti, verranno preservate in ogni modo. Per tutti, la priorità sembra in questo momento la delicata integrazione dell’armata ribelle all’interno delle fila regolari; il 28 ottobre finalmente viene creata una commissione multipartitica per decidere le modalità di tale reintegrazione. Anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban-ki Moon sollecita provvedimenti rapidi, che possano permettere la conclusione delle attività della missione UNMIN, il cui mandato scade nel gennaio 2009, entro i termini previsti. Voce isolata è quella del Congresso Nepalese, che continua a ribadire il proprio netto rifiuto alla reintegrazione dei ribelli nell’esercito.
Nello stesso mese di ottobre 4 piccoli bombardamenti nella zona di Terai confermano la vitalità dei ribelli del Madhesi Janadhikar Forum (MJF).
A novembre l’Assemblea Costituente indica nel 28 maggio 2010 il termine ultimo per completare la nuova Costituzione nepalese.
Si diffonde nello stesso periodo un report di Human Rights Watch che raccoglie le testimonianze di oltre 200 bambini nepalesi vittime delle torture della polizia: la tortura, pur essendo illegale secondo il codice civile del Nepal, è di fatto impunita, e largamente praticata, soprattutto da parte degli agenti di polizia, che imprigionano i minori per reati minimi, senza peraltro che esistano strutture destinate alla detenzione dei bambini.
L’anno si conclude con le minacce del partito di Prachanda di ritirarsi dal governo, se il Congresso Nepalese, maggior gruppo di opposizione, continuerà nella politica di ostracismo e ostacolo alla collaboratività politica. La Nazioni Unite il 19 dicembre si appellano al governo nepalese perché apra un’indagine sulle sparizioni coatte verificatesi durante lo scontro fra Kathmandu e ribelli maoisti: si calcola che 170 persone siano scomparse nel solo distretto di Bardiya fra il 2001 e il 2003. (Peacereporter, 2009; International Crisis Group, 2009; BBC News, 2009; Human Rights Watch, 2009)

L’argomento principale dei primi giorni del 2009 è la reintegrazione dei ribelli maoisti nell’esercito, su cui non sembra possibile alcun accordo politico. La commissione speciale creata ad hoc non ha ancora iniziato i lavori, dato che il Congresso Nepalese e il partito di Prachanda non giungono ad elaborare una strategia comune, nonostante la pressione delle Nazioni Unite, il cui Segretario Generale nel rapporto dell’8 gennaio si dichiara amareggiato per la mancanza di progressi. Ancora a gennaio (l’11) la giornalista Uma Singh – 24enne che si batte per i diritti delle donne e contro la politica governativa - viene barbaramente uccisa da una banda armata a Janakpur, nella zona del Terai. Dal 2007 questo è il quinto omicidio di un giornalista in Nepal, secondo quanto dichiarato da Human Rights Watch.
Alcuni passi avanti nell’integrazione dei ribelli vengono fatti a febbraio, quando Prachanda dichiara che gli ex combattenti non sono più legati al Partito Maoista ma alla Commissione per l’Integrazione dell’Esercito (AISC), formata da 2 membri per ciascuno dei 4 maggiori partiti al governo (CNP-M, Congresso Nepalese, Marxisti-Leninisti Uniti, Madhesi People´s Rights Forum) e guidata dallo stesso Primo Ministro; la medesima Commissione, il 4 febbraio, ordina la liberazione dai posti di concentramento di circa 4.000 ex armati ribelli. I lavori della Commissione subiscono però una battuta d’arresto a marzo, quando al programma di arruolamento nazionale i ribelli maoisti organizzano una campagna separata di arruolamento; entrambe le attività vengono arrestate dalla Corte Suprema il 10 marzo. Nel frattempo, il 2 marzo, nella regione Terai uno sciopero a sfondo etnico paralizza l’intera zona per oltre dieci giorni, e si risolve solo quando il governo promette che nella costituzione ad interim il termine Madesh sarà sostituito con Tarai-Madesh, a tutela anche formale della minoranza Terai.
Le relazioni fra l’esercito nepalese, guidato dal generale Katwal, e il governo, già fragili fin dalla costituzione dell’esecutivo, si deteriorano ulteriormente nella primavera del 2009: da una parte Prachanda chiede l’espulsione del generale, dall’altra Katwal continua a negare l’autorità del governo. Il 26 aprile si diffondono le voci della pianificazione da parte del Nepal Army di un colpo di stato, prontamente smentite dalla dirigenza militare. La situazione peggiora dopo che ai giochi nazionali il governo decide di autorizzare la presenza dell’esercito maoista a discapito dell’esercito nazionale.
Il 15 aprile i lavori del parlamento vengono bloccati per due settimane in seguito all’accusa, mossa dall’opposizione ai maoisti, di non aver rispettato gli impegni presi. La situazione interna precipita a maggio, quando il primo ministro Prachanda rassegna le dimissioni (4 maggio), dopo che alla richiesta di dimissioni lanciata dal governo al capo di Stato Maggiore Katwal il presidente Yadav aveva annullato il procedimento in quanto ritenuto anticostituzionale, ordinando a Katwal di restare.
Le dimissioni del Primo Ministro portano alla ricerca di formazione di un nuovo governo di unità nazionale, formato dalla coalizione di 22 partiti fra cui il Congresso Nepalese e l’unione Marxista-Leninista. La creazione del governo alternativo richiede la maggioranza dei 601 seggi dell’Assemblea Costituente: considerando che UML e CN raggiungono insieme i 212 seggi, risulta fin da subito evidente che un ruolo chiave è giocato dal quarto partito di maggioranza, ovvero lo United Madhesi Democratic Front. Altrettanto chiaro risulta che il fronte Madhesi, per accettare di supportare la coalizione, vuole delle garanzie sul riconoscimento delle proprie istanze separatiste.
Il 23 maggio viene nominato nuovo primo ministro nepalese Madhav Kumar Nepal, veterano dell’Unione Marxista-Leninista (UML).
A undici giorni dalla formazione del nuovo governo di coalizione su verifica una nuova crisi di governo, causata appunto dal Madhesi Democratic Front: il 4 giugno il capogruppo parlamentare del Fronte, Bijay Kumar Gachchhedar, viene nominato vice primo ministro e capo del ministero dei Lavori Pubblici; il giorno successivo il partito abbandona la coalizione ed espelle sette membri, fra cui proprio Gachchhedar, accusato di arrivismo. Il Fronte si spacca in due fazioni, la prima, guidata dal leader Upendra Yadav, che si è ritirata dal governo, e la seconda, favorevole a Gachchhedar, che accetta un accordo con la coalizione al governo.
La crisi governativa porta ad una serie di proteste, ad oggi ancora in corso, che fanno temere per le sorti di una repubblica nata appena un anno fa, e in cui le istanze rivoluzionarie non si sono mai spente del tutto.
(Peacereporter, 2009; International Crisis Group, 2009; MYRepublica, 2009; BBC News, 2009; The Economist, 2009; CIA, 2009; US Dept of State, 2009; HIIK, 2009; Uppsala Conflict Database, 2009)

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